IPOTESI DI COMPLOTTO
Titolo originale: Conspiracy Theory 1997
Regia di Richard Donner
Cast: Mel Gibson - Julia Roberts - Patrick Steward - Steve Kahan - Terry Alexander - Alex McArthur
Soggetto: Brian Halgeland
Direttore della fotografia: John Schwartzman - Schermo panoramico a colore
Montaggio: Kevin Stitt e Frank J. Urioste
Colonna sonora: Carter Burwell
Produzione. Richard Donner e Joel Silver
Distribuzione: Warner Bros
Genere: Spionaggio - Stati Uniti - Colore - 1997 - 135 minuti - Film per tutti
Sinossi: un tassista mezzo matto (è stato killer per la CIA) e' un personaggio scomodo. Nella CIA c'è chi lo vuole morto, ma ci andrebbe di mezzo la bella Alice.
Critica: Sarà capitato anche a voi di imbattervi ogni tanto in quel tipo di taxista che ti investe con un incontenibile fiume di chiacchiere e spesso travalica dai problemi del traffico a una vibrata contestazione dei comportamenti universali e alla conseguente accusa contro i potenti della terra incapaci di fare ordine secondo giustizia. Ed è proprio questo l’inizio plausibilissimo di Ipotesi di complotto, un film che per la strada si rivela sempre meno plausibile fino a sconfinare nell’assurdo.
In prima battuta Mel Gibson si destreggia sornione sul fio del rasoio tra paranoia e trame nere, tenendo ben coperte le carte del personaggio. Tanto che vien fatto di chiedersi: siamo di fronte a un pazzo oppure i tassinaro su di giri è veramente a giorno di qualche mistero? Nel copione di Brian Helgeland, messo in scena da Richard Donner con il dispendio fracassone e catastrofico della serie Arma letale, la verità sta nel mezzo. Ancora più complicato del mattoide a suo tempo impersonato da Robert De Niro, il novello Taxi Driver vive asserragliato fra documenti e dossier, tenendo tutto sottochiave e pubblicando una «newsletter» di rivelazioni dietrologiche che pur avendo solo cinque abbonati gli ha tirato addosso l’attenzione dei servizi segreti. Il lato in apparenza più umano del protagonista è l’abitudine di contemplare al di là delle finestre l’intimità casalinga del procuratore Julia Roberts, ma ci accorgiamo presto che la sua non è pura morbosità. Il padre di lei, giudice federale, èstato assassinato e salterà fuori qualcuno ad accusare del delitto proprio il taxista svitato.
Com’è andata veramente? Il film s’incarta nel suo mistero, dice e disdice mentre fa convergere i percorsi di Mel e Julia che sull’incalzante minaccia di forze oscure si trovano associati in una fuga a rotta di collo alla Hitchcock. Oltre ai prestiti non dichiarati dai capolavori del maestro del brivido (sfacciate le scopiazzature da Il club dei 39 e Il sipario strappato), c’è un esplicito riferimento al film Va’ e uccidi (The Manchurian Candidate, 1962) di John Frankenheimer, che anticipò l’assassinio di Kennedy, e c’è anche l’autocitazione un po’ civettuola di una sequenza da Ladyhawke (1985) dello stesso regista Donner. Nonostante il carisma della forte accoppiata divistica, messa comunque a dura prova da due personaggi campati in aria, si stenta ad arrivare in fondo ai 135 minuti di un film che a sempre più rare fasi appassionanti ne alterna altre di puro manierismo.
Note: Per la cronaca annoto che presentato fuori concorso in chiusura del Festival di Locarno Ipotesi di complotto provocò da parte del pubblico un vero assalto all’ingresso del cinema, prontamente contraddetto dopo un quarto d’ora da una febbrile ressa all’uscita per manifesta insopportabilità di fronte a una scena sopra le righe: quando imprigionato su una sedia a ruote Mel Gibson addenta e quasi stacca i naso del suo torturatore Patrick Steward